INNOVAZIONE, UNIVERSITA’ (e P.A.) E IMPRESE

Posted on 21/09/2014

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jobs-stanforsSul tema dell’innovazione e dello sviluppo oggi sul Corriere della Sera un’interessante “lezione” da John Hennessy, da 14 anni presidente della Stanford University in California. ( La sfida creativa di Stanford) Una lezione che dovrebbe interessare sia i nostri politici e amministratori, sia i nostri rettori e anche gli stessi imprenditori. Ma veniamo al punto: almeno tre i fatti salienti che emergono: le nuove modalità di apprendimento; il ruolo delle università (e io aggiungo della PA) rispetto alle imprese; il ruolo che la cultura italiana potrebbe avere nel mondo globalizzato.

Per il primo aspetto da sottolineare come si vada sempre più affermando la formazione continua attraverso internet sia per gli studenti sia per i lavoratori. Un continuo studio e aggiornamento professionale che avviene attraverso il web per studiare le nozioni base e i relativi esercizi (quello che ora si fa in aula con il docente in cattedra) e attraverso incontri one to one e in gruppo per imparare dal confronto e esperimentare. Sul lato universitario un cambio sostanziale dell’organizzazione e delle capacità del docente che diventa tutor esperienziale oltre che maestro di cultura, sul lato lavorativo la nascita di un immenso mercato – “professional higher education market” – per i formatori-innovatori.

Qui si allaccia il secondo punto, dal quale esce valorizzato e di esempio come la triade università-PA-imprese possa funzionare se, più che per comparti separati, si interagisse integrandosi per essere in grado da una parte (università) di essere come dice lo stesso Hennessy “fonte di innovazione e creatività” e offrire servizi aggiornati e efficaci per le imprese, dall’altra (imprese) di “abbeverarsi” alla fonte e di essere sempre competitive sul mercato globale. Cosa che in California, e non solo, avviene anche consentendo tranquillamente al Preside di Stanford di essere un imprenditore di successo e di consentirgli, come lui stesso afferma : «La prima cosa che ho imparato è a percepire il vantaggio di chi è il primo a muoversi in una certa area. Essere in testa al plotone che entra in un nuovo campo, capire per primi le implicazioni di una scoperta, di un oggetto appena inventato. L’altra cosa è il valore del tempo. È la cultura delle “start up”: se ti fermi vieni scavalcato, gli altri vanno avanti. Devi imparare a prendere decisioni complesse sotto la pressione del tempo. Questo è contrario alla cultura dell’accademia che è abituata a muoversi lentamente. A volte è utile, eviti le infatuazioni momentanee, ma ci sono anche molti svantaggi”. L’aspetto fondamentale è comunque la capacità di innovarsi e ci cercare innovazione continuamente con ruoli diversi. Lì lo fanno addirittura con le stesse persone che stanno dentro l’università e le imprese. In particolare per la PA, che non è oggetto dell’intervista, è fondamentale per migliorare sempre sia le norme, sia i servizi e gli strumenti per lo sviluppo delle imprese. Cosa che oggi avviene con grandi difficoltà, quando avviene. Si tratta quindi di apportare cambiamenti profondi alla nostra attuale struttura organizzativa, ma ancor più culturale, che vede i nostri tre attori ancora troppo separati tra di loro. Università e centri di ricerca come il CNR sono ancora troppo divisi e intermediati dal mondo delle imprese e in particolare dalle PMI che sono quelle invece che necessitano di più e con più costanze di riferimenti e fonti di innovazioni. I vari tentativi messi in campo negli ultimi anni non hanno dato i frutti sperati sia per l’autoreferenzialità dei primi, sia per l’impossibilità dei secondi di individuarli facilmente, ma anche per il poco peso dato all’innovazione come dimostrano anche il numero di nuovi brevetti italiani che continua a scendere invece di salire (dal 2004 con una percentuale del 7% anno, mentre nei principali Paesi OCSE sono saliti esponenzialmente dal 17% annuo della Germania al 120% della Corea), ma anche negli investimenti in tecnologia dove le imprese italiane sono praticamente fuori classifica. Occorre condividere maggiormente e direi obbligatoriamente le strategie dell’università e della ricerca tra politica, PA e imprese per arrivare a una notevole maggiore condivisione degli obiettivi e dei risultati sul campo, ovvero nel mondo del business globale.

Ultima lezione quella sul ruolo della cultura italiana. Il presidente di Stanford, a domanda sul perché la sua università mandi gli studenti a Firenze risponde: “Si immergono nella grande cultura italiana, fanno un bagno nel Rinascimento. E tornano più consapevoli, più capaci di analizzare le cose in profondità. Non fanno i turisti. Funziona, glielo assicuro.” Da qui mille spunti per esercitare un ruolo significativo nel mondo attraverso formazione e imprese che diffondono le nostre culture, necessarie per consentire di essere più capaci e competitivi alle persone del futuro, ma anche per aggiornarsi nel presente. Per farlo però, questo come l’innovazione, la base strumentale è e sarà sempre di più il digitale, nostro ancora troppo grave gap nel confronto internazionale. E non solo e non tanto per le infrastrutture, quanto per quella famigerata alfabetizzazione delle famiglie e delle piccole e micro imprese che stenta maledettamente a decollare.

 

Claudio Cipollini

21.9.2014

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