PER IL 2020 MEGLIO UN’EUROPA VERA O UN’ITALIA FINTA?

Posted on 21/02/2013

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I pediatri raccomandano sempre ai genitori di educare e istruire molto bene i propri figli tra i zero e i sei anni poiché è in questo arco di tempo che si forma la personalità e le caratteristiche principali di un essere umano. Le percentuali- pur se sempre da prendere con le molla- parlano dell’80-90% di formazione.

Se riportiamo la stessa teoria alla vita del nostro popolo vediamo che dopo circa 1.000 – 1.200 anni di vita l’età dell’infanzia nella quale ci siamo formati nelle nostre caratteristiche peculiari è quella trascorsa tra l’800 – 1000 e 1.200 – 1.400, considerando che oggi siamo dei benestanti ottantenni (ipotesi questa teorizzata presupponendo di andare verso un unione europea politica e una lingua e cultura sempre più globalizzata). Bene quella è l’epoca dei Comuni nel centro nord, dello Stato pontificio al centro  e del Regno di Sicilia al sud, della nascita della lingua italiana, del commercio, della rinascita dell’arte, del significativo dominio culturale e economico della cosiddetta Italia (che ben sappiamo non esisteva come nazione) nel mondo occidentale.

Siamo stati bravissimi allora, ma forse ci siamo fermati lì e da lì oggi vale la pena ricordarci che veniamo. E allora forse vale la pena di smontare un po di miti che – forse volendo troppo copiare altri popoli e culture nati dopo di noi o comunque cresciuti più tardi – non si sono tanto dimostrati consoni alle nostre caratteristiche. Infatti alle tante positività in questi ultimi 150 anni abbiamo certamente dimostrato di non avere un grande senso dello Stato, di avere poca educazione civica (o perlomeno di averla diversa tra i vari territori settentrionali, centrali e meridionali), di amare particolarmente i politici molto demagoghi e con grande leadership, di avere poche grandi e tantissime micro e piccole imprese, di amare molto votare e tifare per piccoli gruppi dove ci sentiamo meglio rappresentati, di avere una classe dirigente che alla fin fine ha preso il posto della vecchia nobiltà (per mezzo di processi almeno in parte cosiddetti democratici) che viveva chiusa nei propri castelli e palazzi e al nord tassava i commercianti e al sud sfruttava i servi della gleba nei campi, molto autoreferenziale e con poco senso della comunità. Cosa questa delegata di fatto prima alla Chiesa, poi ai gerarchi fascisti e infine per i cinquanta anni dopo la seconda guerra mondiale ai partiti. Se tutto ciò risponde al vero, allora forse vale la pena di pensare a una nostra presenza in Europa diversa da quella preconizzata negli ultimi decenni e invece focalizzata a esaltare e valorizzare i nostri fattori critici di successo e i nostri vantaggi competitivi e a demandare a chi è più capace di noi la gestione dello Stato e dei beni comuni a seconda delle caratteristiche dei nostri diversi territori.

Non sta scritto in nessuna legge divina e tantomeno umana che dobbiamo tutti vivere con le stesse caratteristiche, regole e modalità organizzative.

E il panorama delle proposte per le prossime elezioni conferma il tutto. Forse allora meglio – come provocazione intellettuale – una penisola suddivisa in territori e grandi aree urbane con forte capacità di autogoverno e forti deleghe alla politica di un’Europa veramente federata e in grado di continuare a sfornare cultura, idee e innovazioni per l’intera umanità.

Sarà la prima proprio questa!

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