SETTE PECCATI CAPITALI PER RICOMINCIARE

Posted on 29/06/2012

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Girare i territori , parlare con imprese e amministratori pubblici e con il volontariato talvolta è altrettanto utile quanto analizzare numeri e statistiche per comprendere che soluzioni trovare.

Lo è certamente – e se poi qualche statistica ce lo conferma è meglio – per capire quali leve muovere per consentire alle PMI italiane e specie del Mezzogiorno per tornare o andare verso una crescita adeguata.

E di peccati negli anni passati , da questo punto di vista, ne sono stati commessi parecchi. o forse sarebbe meglio chiamarli imprudenze e ignoranze. E allora , considerata la grave crisi che sta imperversando, forse, forse, vale la pena commetterne di peccati, per rompere un pó di tabù e provare a trovare nuove strade per crescere. Prima però di fare alcune ipotesi per individuare almeno sette di questi peccati – forse quelli capitali – un rapido flash sul contesto.

Siamo nell’inferno o in paradiso? Io credo che siamo usciti da un’epoca dove pensavamo di poter raggiungere il paradiso , stiamo sull’orlo dell’inferno, ma , se siamo umili e accorti possiamo mettere i piedi per terra!

In altri termini da almeno venti anni il sistema economico, sociale e ambientale con il quale abbiamo costruito successi e sviluppato redditi e conoscenze negli ultimi duecento anni si è andato sempre più sgretolando e ridefinendo e ancora oggi non ha individuato nessuna nuova certezza, ma neanche nuovi equilibri benché labili. Siamo passati da due a venti potenze e micro potenze economiche, è stato sconfitto il comunismo e il capitalismo presenta variegate aree di crisi, l’economia e i mercati si sono completamente globalizzati, i livelli di alfabetizzazione culturale si sono notevolmente accresciuti nella media e hanno raggiunto alti livelli nei paesi occidentali, le tecnologie – o come forse meglio lo definisce Kenvin Kelly il TECHNIUM – si è radicato e diffuso e la multimedialità e il digitale hanno rivoluzionato tutti i sistemi di apprendimento e informazione oltre che di produzione. Alcuni filosofi, economisti, biologi e altri ex specialisti la chiamano era postmoderna. Altri, o gli stessi, la definiscono l’era della complessità e dei sistemi. Certo è che non è piú l’epoca della settorializzazione e del riduzionismo e delle specializzazioni autoreferenziali. É tutto interrelato e a sistema.

In questo contesto per essere in grado di sopravvivere  e qualche volta essere competitivi, le PMI – specie nel Mezzogiorno, dovrebbero appunto commettere alcuni peccati, infrangere alcuni muri, spesso di gomma, che finora non hanno fatto.  ( Uso termini quali muro non a caso. Sono solo un architetto e non ho le conoscenze degli economisti, ma piacendomi girare per i territori e studiare , cerco di dare un diverso punto di vista).

I peccati che ho individuato sono quelli del DIGITALE, della RETE, dell’ IDENTITÀ e QUALITÀ, della SOSTENIBILITÀ, della SEMPLIFICAZIONE e della CULTURA. Sette peccati che a loro volta sono un sistema in rete. Un sistema adattivo composto da almeno questi temi- peccato e certamente da altri vari e eventuali.

Il peccato DIGITALE va commesso per rompere il tabù dell’ignoranza e della mancata fiducia nelle tecnologie e avere l’opportunità di adeguare l’approccio mentale e culturale dell’imprenditore verso metodi più sistemici e complessi. E allora commercio elettronico per vendere a imprese e persone in giro per il mondo e acquistare materie prime e servizi, internet per “copiare” soluzioni e progetti della concorrenza, conoscere i risultati dei centri di ricerca, trovare collaboratori e partner qualificati, farsi conoscere tramite i social

network, seguendo l’esempio del tassista che lavora  all’aeroporto della Malpensa e ha clienti in giro per l’Europa che si prenotano e pagano sul suo sito personale.

Poi c’è il peccato della RETE, ovvero di convincersi a fare rete con altre imprese per ottimizzare costi e capacità produttive, possibilità di vendita sui mercati globali e una migliore logistica. Bisogna fidarsi certo, ma da due anni c’è anche una legge che aiuta e consente migliori prestazioni a ogni singola azienda. Condividere e collaborare tra imprese, cosí come con l’amministrazione pubblica e le organizzazioni non governative cosí come con le persone, è la nuova strada da percorrere per trovare le nuove soluzioni per un progresso più sostenibile e meno incerto.

Altro peccato è quello dell’IDENTITÀ e della QUALITÀ. In un’economia globalizzata, dove i prodotti a largo consumo vengono ormai prodotti nei paesi emergenti, per essere competitivi le imprese necessariamente devono focalizzarsi sulla capacità di esaltare l’identità della provenienza dei loro territori così come ancora di più sulla qualità dei loro prodotti e dei loro servizi. Identità che per un paese come il nostro significa valorizzare non solo le produzioni agricole, agroalimentari e enogastronomiche o quelle artigianali, il design, ovvero le produzioni tipiche della nostra tradizione industriale quali la moda, la casa, ma mettere a disposizione di turisti e consumatori stranieri e italiani la possibilità di fare un’esperienza, di esaudirea un desiderio, di conoscere e apprezzare una storia sì, ma anche una visione del futuro. Ma qualità vuol dire anche, e in Italia e nel Mezzogiorno sopratutto, il coraggio e la capacità di integrare nel processo produttivo le donne e di investire sui giovani. Sono due elementi fondamentali e caratterizzanti imprescindibili per innovare gli approcci e le modalità strategiche di un’impresa. Sono competenze e esperienze diverse e da integrare per rendere le nostre aziende competitive sui mercati internazionali, così come la nostra amministrazione pubblica adeguata alla nuova era.

C’è poi il peccato della SOSTENIBILITÀ da fare con una certa urgenza, stante la criticità convergente sia degli aspetti ambientali, sia di quelli economici e sociali. Continuare a perseverare nell’affrontarli in modo separato nega sia l’evidenza della necessita di un approccio complessivo e sistemico tra le tre variabili, sia la stessa impossibilità di risolvere da solo ciascun problema. Fitoussi non a caso ha recentemente ricordato ( vedi Il Sole 24 ore dell’8 giugno scorso) che neanche abbiamo ancora indicatori che la misurano e quindi  siamo in grado tanto meno di poterla programmare e progettare. Ma tra solo meno di quaranta anni saranno ben dieci miliardi gli esseri umani che dovranno e vorranno ogni giorno mangiare, camminare, comunicare e per questo consumeranno acqua, aria, terra. Basterà? molti ne dubitano, e nel dubbio forse è il caso di prendere qualche misura sostenibile. e questo significa pianificare e progettare prodotti e servizi non solo sostenibili economicamente ( il che dovrebbe valere sempre per un’impresa, ma ormai anche per un’amministrazione pubblica) , ma sopratutto ambientalmente e socialmente. E non con un approccio separato, ma unitario e integrato. E non solo per le imprese, ma per tutti, iniziando proprio dall’amministrazione pubblica e dall’educazione nelle scuole.

Ma ecco uno dei peccati maggiori, che peraltro in questo periodo ha assunto dimensioni di molto esagerate rispetto alla sua reale portata e un pó discriminatorie rispetto al presunto “bene” rappresentato dalle imprese: la SEMPLIFICAZIONE della BUROCRAZIA. Certo occorrono forti cambiamenti e notevoli sforzi per portare l’amministrazione pubblica da decisore spesso autoritario e pianificatore presuntuoso del futuro a servitore e dispensatore di servizi e utilità per il benessere delle imprese e delle persone. Ma anche certe imprese dovranno fare un passo  indietro e divenire consapevoli dell’impossibilità di continuare a approfittare dei beni e delle risorse pubbliche (ovvero di tutti quelli che pagano le tasse) per ottenere ordini e non pagare sempre le tasse. Sciogliere nodi, anzi interi gomitoli e matasse di norme e permessi, integrare le risorse umane con donne e giovani , ridare dignità di contenuti a una professione vitale per la vita comune sono solo alcuni dei passi essenziali da intraprendere velocemente.

E arriviamo all’ultimo peccato. Il settimo, quello che pervade tutto e tutti gli altri sei: la CULTURA. Troppi anni sono stati fatti passare indenni senza dedicare a questo tema tutte le necessarie attenzioni, nella presunzione di averla ormai acquisita ovvero, nella peggiore delle ipotesi, innaturata nella nostra storia millenaria. Una delle caratteristiche dell’era della complessità é la velocità e velocemente abbiamo perso la capacità di innovare i nostri sistemi di produzione e di vita, pubblici e privati, trascurando gli investimenti nella scuola e nella ricerca così come nella cultura per tutti, avendo talvolta la presunzione di investire in culturame o confondendo convegnistica e eventi in occasioni culturali. Cultura d’impresa, cultura per fare impresa, per competere e innovare, cultura dei giovani, cultura nell’amministrazione della cosa pubblica sono tutti peccati da commettere tutti i giorni per mantenere, gestire e valorizzare i contenuti del nostro agire quotidiano verso un futuro sostenibile.

Fiducia, collaborazione, condivisione, cultura, qualità, innovazione, identità, donne, giovani , sono alcuni degli elementi di base di una rete che compone un sistema fortemente interconnesso che rappresenta il punto di partenza per ripartire e ridare a tutti noi la fiducia in un futuro possibile di benessere e progresso diverso e migliore di quello che abbiamo ottenuto fino a oggi.

Claudio Cipollini

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