DOP e IGP: il made in Italy da tutelare

Posted on 13/06/2012

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“Le cose che si amano, non si posseggono mai completamente. Semplicemente si custodiscono e si tramandano”. Con questo slogan da anni una delle più note marche di orologi di lusso promuove l’unicità dei propri prodotti. Un’immagine evocativa molto incisiva che potrebbe essere usata con grande efficacia per descrivere anche i nostri prodotti agroalimentari DOP e IGP. Unici al mondo, sempre più ricercati, ma anche – purtroppo – sempre più imitati.

In questi ultimi anni, uno dei fenomeni legati ai processi di globalizzazione che le nostre aziende si trovano ad affrontare, oltre a quello di apertura di nuovi mercati e conseguentemente nuove opportunità di vendita, c’è anche quello della concorrenza sleale dovuta all’imitazione dei prodotti italiani all’estero. Un fenomeno che, se prontamente affrontato e governato, può rappresentare non più un rischio ma un’opportunità per le nostre aziende.

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Una delle maggiori cause di mancato export risiede infatti nel fenomeno dell’Italian sounding, ovvero la commercializzazione di prodotti con nomi di marchi che “suonano italiani”, ma che di fatto non hanno alcun legame con il nostro Paese. Il falso made in Italy produce, ogni anno in media, un fatturato triplo di quello ottenuto dai prodotti a marchio autenticamente italiano. In alcuni Paesi, poi, il business del falso italiano raggiunge livelli altissimi: basti pensare che negli USA, il nostro primo mercato di esportazione extra UE, il giro d’affari dell’Italian sounding attualmente è in rapporto di 10 a 1. Solo un prodotto su dieci è realmente italiano. Si tratta di tutti quei cibi e quelle bevande che, grazie a una normativa internazionale lacunosa e a mancati accordi bilaterali tra Unione Europea e Paesi terzi, vengono prodotti e venduti utilizzando in maniera impropria parole, immagini, marchi e ricette che si richiamano all’Italia. Un fenomeno che ogni anno genera un danno enorme per le aziende del nostro Paese, sia in termini di giro d’affari sia di immagine, dal momento che i prodotti imitativi hanno quasi sempre un basso contenuto qualitativo.

L’Italia in materia di certificazione europea, da anni, vanta il primato per numero di prodotti riconosciuti. Per questo deve sempre di più essere protagonista a livello Comunitario nell’influenzare la normativa, favorendone l’adozione anche verso quei Paesi terzi che come l’Italia hanno un’importante tradizione agroalimentare da proteggere e che come la nostra in questi anni è sotto attacco speculativo degli imitatori (es. Giappone). Un corretto approccio al sistema delle Indicazioni Geografiche, nonché il supporto della relativa politica, non può prescindere da adeguati rapporti a livello internazionale che in molti casi dovrebbero tornare a trattati bilaterali superando l’empasse che da troppo tempo blocca i lavori in materia di tutela all’interno del WTO, dove le posizioni sono ancora molto lontane.

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È importante quindi riuscire a trasferire i concetti (giuridici) alla base del sistema di protezione delle Indicazioni Geografiche a livello comunitario verso quei Paesi extra Ue che ad oggi non hanno adottato un regime specifico. È importante dunque informare gli operatori del settore e i consumatori, sempre più attenti agli aspetti qualitativi dei prodotti agroalimentari e al loro imprescindibile legame con il territorio di origine, insidiato in questi ultimi anni dal fenomeno della globalizzazione. Così facendo si perseguirebbe da una parte il ripristino di una concorrenza leale basata su regole comuni di mercato, dall’altra si darebbe la possibilità di scelta consapevole al consumatore e contemporaneamente si favorirebbe il corretto sviluppo delle realtà locali sia italiane che degli altri Paesi. Se così non fosse, si rischierebbe un impatto negativo nei confronti delle culture locali con danni probabilmente incalcolabili, soprattutto per i Paesi che non possono competere nei mercati internazionale sul piano prettamente industriale.

Anche in ambito normativo, visto il ruolo centrale svolto dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), è necessario garantire rapporti costanti con i Paesi extracomunitari per uniformare gli approcci e sollecitare una rapida conclusione dei negoziati di Doha. Nell’ultimo anno, a seguito della messa in liquidazione da parte del Mipaaf della società Buonitalia e della soppressione prima e della conseguente riforma dell’ICE poi, si è venuto a creare un pericoloso “vuoto” istituzionale in materia di tutela dei prodotti agroalimentari italiani che andrebbe colmato rapidamente. Buonitalia negli ultimi anni aveva portato avanti, insieme ad Unioncamere, un importante progetto sulla Tutela dei nostri prodotti ad Indicazione Geografica che aveva iniziato a dare risultati significativi. Lo stesso era stato fatto dall’ICE attraverso il lavoro dei desk anticontraffazione. Le recenti vicende che hanno riguardato le due realtà pubbliche rischiano di vanificare i risultati ottenuti sul campo, lasciando le nostre aziende esposte sui mercati internazionali a considerevoli rischi dovuti a queste pratiche di concorrenza sleale.

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Una situazione che in molti mercati è divenuta critica e che le nostre aziende non possono affrontare da sole, senza un coordinamento a livello centrale che le possa rappresentare in tutte le sedi internazionali deputate. Le recenti vicende che hanno colpito i nostri produttori di prosciutto in Argentina ne sono la testimonianza. Bisogna agire ed in fretta, senza ulteriori indugi. Italia2020 è molto sensibile al tema della protezione dei nostri prodotti agroalimentari e continuerà nella propria azione di informazione e sensibilizzazione a tutti i livelli con l’obiettivo di non lasciare sole quelle aziende italiane che guardano con speranza ai mercati internazionali.

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