Knowledge Divide & Organizzazione dello Stato

Posted on 21/04/2012

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In un recente E-book “La cultura digitale” a cura di Alessandro Prunesti per l’Associazione Indigeni Digitali (www.indigenidigitali.com), l’autore denuncia come in Italia non ci sia solo il problema del digital divide – ovvero la mancanza di infrastrutture e di tecnologie per un uso adeguato e diffuso della banda larga – ma ancor più del Knowledge divide focalizzato sulla scarsa alfabetizzazione e sulla pochissima consapevolezza delle potenzialità della cultura digitale. E’ da qui che vorremmo partire per una breve analisi delle criticità e delle contraddizioni che emergono ogni giorno con sempre maggior vigore circa la mastodontica differenza e relativi rischi di fallimento completo che si stanno affacciando all’orizzonte derivanti dall’attuale organizzazione dello Stato.

 

Non siamo e non saremo mai degli esperti in tale complessa materia, ma alcune domande ce le possiamo e dobbiamo porre.

  • Perché dagli anni 70 a oggi -sono passati oltre 40 anni- internet, il web , la cultura digitale si è diffusa con tassi a due cifre in tutto il mondo delle Università prima (da dove nacque) e delle imprese poi (ultima connessione in Italia le norme sulle reti d’impresa), ma ancora non attecchisce adeguatamente nella Pubblica Amministrazione?
  • Perché i concetti di complessità, sistematicità, reti, prime cause e prime conseguenze della cultura digitale, non sono prese e copiate nell’organizzazione della Pubblica Amministrazione?
  • Perché di fronte a un’incalzante crescita della cultura diffusa attraverso le reti internet, telefoniche, satellitari, ecc. e a una conseguente appropriazione di questi temi da parte delle imprese (networking, globalizzazione, glocal,ecc,ecc), la Pubblica Amministrazione è rimasta intonsa e immobile?
  • Perché non si pensa a riorganizzare lo Stato in generale secondo canoni di sistemica e di reti e lo si continua a lasciar marcire – insieme purtroppo ai cittadini e alle imprese – in un pantano di inefficienze, procedure, carte, norme e organizzazione di stampo ottocentesco e modernista quando ormai siamo oltre?
  • Perché si continua a gestire la Cosa Pubblica con approcci riduzionisti, settoriali e specialistici quando anche l’ultimo studente di qualsiasi Università sa che è necessario, se non obbligatorio, avere metodi olistici e sistemici ?
  • Perché non si integrano le esigenze, i bisogni e i desideri delle persone, delle imprese, dei volontari che vivono nei territori (dove viviamo tutti peraltro) con le reti virtuali e le si utilizzano per consentire a tutti di vivere meglio?
  • Perché i concetti della condivisione, partecipazione, collaborazione, tipici della cultura innovativa e digitale, non sono utilizzati nella gestione della Pubblica Amministrazione (e primariamente della Politica con la P maiuscola) per raccogliere istanze, bisogni e desideri delle persone e delle imprese per poi rimandare (da un centro che da coordinatore diventa suggeritore p.e.) esempi e innovazioni in un circolo virtuoso di reciprocità e gratuità per il progresso e il benessere di tutti? (vedi a tal proposito http://claudiocipollini.blogspot.it/2012/04/digitalik-per-tutti-i-il-knowledge.html)?
  • Perché i rappresentanti dei cittadini, delle imprese, dei lavoratori non diventano delegati su progetti e programmi condivisi, partecipati e rendicontati giorno per giorno attraverso le reti?

Chissà se qualcuno risponderà!

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