Condivisione e collaborazione per lo sviluppo dei territori?

Posted on 11/04/2012

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Il 19 gennaio 2012 si è tenuto un workshop su “Condivisione e collaborazione per lo sviluppo dei territori?”. Il tema centrale, tanto del dibattito quanto del libro di Claudio Cipollini, ivi presentato, “La mano complessa”, era la condivisione e collaborazione oggi necessaria nella gestione dei territori, o meglio, quanta condivisione e collaborazione è necessaria per gestire e sviluppare i territori (Claudio Cipollini).

Claudio Cipollini e Giorgio Santilli

Gli italiani hanno scoperto, o forse, riscoperto una dimensione politica dei territori (Giorgio Santilli). Questo principalmente per due motivi. Primo, è venuto meno il ruolo dei partiti, dei sindacati, dei soggetti intermedi, ma anche il “senso del ruolo” (Giovanni Quarzo). Ha prevalso, a ragion veduta, l’idea che questi, all’origine strumenti di formazione, partecipazione e socializzazione, in realtà siano cosa ormai inutile, quasi avulsa, anzi, fonte di spreco e di burocrazia. Emerge un problema grave di classi dirigenti e reti pubbliche (Mario Morcellini), ma anche di una società civile che non riesce a civilizzarsi e organizzarsi. D’altronde, in ambito politico, ha prevalso una diffidenza nei confronti delle persone e della loro capacità di sviluppare relazioni positive che ha portato a un’ipertrofia del sistema dei controlli e a una dicotomia tra dimensione politica e propensione comunitaria (Natale Forlani). Quindi gli italiani hanno scoperto la dimensione politica dei territori, ma non si sono trovati di fronte a soluzioni politiche e di partecipazione alle politiche di sviluppo sul territorio. Dall’altro lato, e questo è il secondo motivo all’origine di questa “scoperta”, è il totale fallimento tanto delle politiche “muscolari”, che miravano al decisionismo puro, bypassando qualsiasi forma di partecipazione sul territorio, quanto quelle demagogiche dei referendum (Giorgio Santilli). Questo perché i livelli culturali di alfabetizzazione degli italiani, come degli europei, si sono talmente elevati, in questi ultimi anni, da imporre delle nuove modalità che non possono essere quelle dei manuali o delle leggi obiettivo o del “Si fa così”, ma devono essere proposte di interazione con gli interessati, con le persone, al fine di mettere a punto progetti e interventi che siano espressione dei bisogni reali della cittadinanza e oggetto di un processo sostenibile dal punto di vista ambientale, economico e sociale (Claudio Cipollini).

Quindi condivisione, quasi complicità, ossia una visione comune degli ideali, una simpatia (Andrea Granelli). Ma che cosa bisogna condividere? Innanzitutto gli obiettivi, quello che si vuole realizzare. Il territorio è un fatto complesso che comprende geologia, urbanistica, infrastrutture di trasporto e non solo. Condividere vuol dire, quindi, chiarire gli obiettivi che bisogna raggiungere (Giuseppe Sciarrone). Questo anche per evitare di cadere nella trappola degli interessi particolaristici, che in questi ultimi 15 anni si sono sovrapposti a quello generale (Claudio Cipollini), e quindi decidere, nel gioco di valori e interessi, quali di questi sono superiori o comunque primari (Romolo Guasco). Realizzare, in poche parole, quella sintesi ed equilibrio di interessi, funzione che era, o dovrebbe essere, propria di partiti e soggetti intermedi (Giovanni Quarzo). D’altronde, porsi nell’ottica della condivisione implica una collaborazione con tutti i soggetti coinvolti, certo non solo quelli che “la pensano come me” (Paolo Cespa).

Luigi Matrobuono

Definire degli obiettivi comuni implica una capacità di analisi –oggi troppo limitata e insufficiente perché gruppi di persone, che sono gruppi di interesse, possano condividerne la strategia (Giuseppe Sciarrone)- e progettazione a lungo termine e su larga scala. In altre parole, la condivisione deve passare da una dimensione di scala della capacità delle politiche locali (Riccardo Deserti): per dare risposte efficaci a micro territori e microimprese bisogna superare una condivisione fatta di politiche “su misura” e, quindi, intrinsecamente limitate, ma adottare un approccio di sistema, allargato e aggregato. Servono politiche di coesione e sviluppo, ma anche politiche di redistribuzione del reddito, soprattutto a favore di quelle aree che sono in ritardo perché la buona progettazione può essere percepita, condivisa e applicata soltanto se sui territori esiste una capacità culturale per accettarla (Francesco Montera). Tutto ciò è ancora più evidente e necessario in un periodo di crisi come quello attuale in cui i territori sono stati completamente spiazzati. Eppure la reazione a ciò non è stata “mettiamoci insieme per tentare delle strade”, ma per lo più “si salvi chi può” (Luigi Mastrobuono). Se sono due i principali temi che la crisi ha posto, quello della sburocratizzazione –lasciare tutto al controllo ex post, nella migliore delle ipotesi, implica l’affievolimento del controllo ex ante da cui l’esigenza di una progettazione e realizzazione affidate al buon senso, alla libera iniziativa e alla professionalità- e quello finanziario, ossia la scarsezza di risorse, appare evidente la necessità di fare meno cose, ma bene, che servano, condivise dalla popolazione e dai fruitori e compatibili con l’ambiente (Giovanni Legnini).

D’altra parte, qualsiasi progettazione finalizzata al raggiungimento di obiettivi e risultati concreti e pratici deve partire da un’analisi della persona: la conoscenza dei territori passa attraverso la conoscenza della persona (Paolo Cespa) ossia la comprensione dei reali bisogni e delle sostanziali esigenze delle persone e dei territori. Questo appare evidente se, per esempio, osserviamo il settore turistico laddove le persone, in questi ultimi anni, sono passate da semplici utenti, fruitori, turisti a stakeholder cioè coloro che contribuiscono a definire le esperienze (Fabiola Sfodera). Basti pensare ai siti di recensione, che sono cresciuti in maniera autonoma e spontanea e che molti, forse tutti, vanno a consultare prima di affrontare anche la semplice scelta di un viaggio. Progettazione e condivisione implicano, detto questo, una collaborazione tra enti pubblici, operatori e residenti, cioè chi vive, fruisce, si avvantaggia e, nel caso specifico, subisce il turismo.

Fabiola Sfodera

Ora, questa profonda conoscenza dei reali bisogni delle persone e dei territori implica un forte atteggiamento, anzitutto, di responsabilità, una spinta etica personale fortissima (Paolo Cespa) e non solo da parte della classe dirigente o della società civile, ma da parte di ogni singolo cittadino, portatore di diritti, ma anche di doveri (Camilla Mottironi). Quando si nasce in un paese, si hanno delle responsabilità nei confronti di questo (Padre Atuire). E dato che l’obiettivo comune di qualsiasi paese e, necessariamente, dei suoi cittadini è lo sviluppo inteso, in senso lato, come bene comune e, in senso particolare, come capacità da parte degli individui di esprimere se stessi, collaborazione e condivisione diventano una condizione di sopravvivenza: oggi, se non c’è condivisione, non c’è collaborazione e nessuno può farcela da solo (Padre Atuire). Lo sviluppo del singolo, che assume su di sé obblighi e responsabilità, diventa sviluppo della collettività, ossia della società civile ossia dei soggetti intermedi che diventano una sorta di cuscino affinché i poteri forti non possano incidere direttamente né sull’individuo né sul territorio. Questo permette, poi, di arrivare a un governo centrale in cui le istituzioni siano espressione della buona cittadinanza (Ibidem). Se la politica e le istituzioni non funzionano non è solo un problema della politica, ma anche dei cittadini: non basta puntare il dito verso gli altri, tutti sono coinvolti.

Ecco che, per uscirne insieme, è necessaria quella condivisione e partecipazione che non si riduce a semplice conferenza di servizio (Mario Morcellini), ma al contrario significa analisi del modello culturale laddove lo sviluppo rappresenta una crescita di civiltà, di democrazia, di processi di socializzazione (Silvia Godelli) ossia la necessità di “invertire la piramide” (Claudio Cipollini), cioè individuare e gerarchizzare in forma nuova i decisori, affidando questo ruolo alla grande platea degli interessati, dei destinatari di un progetto. Tutto questo sottende un discorso sullo sviluppo non centrato soltanto sulle opere materiali, ma anche sulle modalità con cui un consesso sociale allargato costruisce un percorso di evoluzione della propria condizione di vita e di appartenenza (Silvia Godelli), indi di cultura, visto e considerato soprattutto che in Italia, oltre a un milione di analfabeti, si contano anche 20 milioni di analfabeti di ritorno e queste persone non solo hanno disimparato a leggere e scrivere, ma non sono più capaci di un pensiero complesso (Alberto Mattiacci). Chi non legge e non scrive, pensa semplicemente, per slogan, ed è difficile condividere e collaborare con persone che pensano così. La riflessione sulle modalità di sviluppo porta con sé un interrogativo: qual è l’ethos  che viene modificato da questa struttura in rete e qual è l’ethos che sostiene questa possibile rete (Riccardo Venturini)?

Riccardo Venturini

E’ logico che alla base tanto della condivisione quanto della progettazione come dello sviluppo vi è la comunicazione: servono nuove proposte di interazione con le persone, i cittadini, gli interessati a un singolo progetto affinché gli interventi messi a punto rappresentino concretamente l’espressione dei bisogni reali della gente. Nella comunicazione è inglobato un valore fondamentale della trasformazione urbana, rappresentando un valore aggiuntivo all’operazione stessa (Giorgio Santilli). In altre parole, non puoi condividere e far partecipare se non si comunica nella maniera e nelle modalità adeguate, ma soprattutto se non si capisce che la comunicazione non è il logo, ma una strategia che porta, dall’inizio fino alla conclusione dell’opera, ma anche addirittura lungo l’intera sua successiva gestione, a interessare tutti quelli che sono interessati e devono essere interessati (Claudio Cipollini). D’altronde la difficoltà nel dialogare con il territorio è anche quella di spiegare un’opera in termini di servizi che fornisce (Giorgio Santilli). Si pensi alla TAV, un’opera strategica fondamentale per il Paese, un’opera importante, ma se poi diventa un “bisogna fare così”, senza interessarsi al coinvolgimento della popolazione, non va bene. E cioè, alla persona davanti alla cui casa passa la ferrovia vanno spiegati quali benefici, di altro tipo, essa apporta al paese. Certo, non è pensabile fermare la ferrovia perché passa davanti a una casa, però allo stesso tempo quella persona va coinvolta in una spiegazione e nei tempo giusti (Claudio Cipollini). Va da sé che, se consideriamo un’opera pubblica al pari di un prodotto, va valutato essenzialmente il target di riferimento coinvolto, di per se stesso eterogeneo e portatore di interessi diversi. La scelta finale sicuramente scontenterà qualcuno. Per riparare a ciò, si può chiedere ai soggetti, favoriti dalla scelta, di restituire in qualche modo questo vantaggio, questa ricchezza al territorio, in poche parole di reinvestire nel territorio (Matteo Caroli). E’ necessario ricostruire, quindi, un meccanismo ordinativo del rapporto con la società da una classe dirigente che deve aprirsi ai giovani (Mario Morcellini); è necessario, cioè, un dialogo che permetta la condivisione e l’assunzione delle decisioni prese dal basso al livello in cui, però, attualmente uno Stato centralizzato deve prendere le decisioni (Antonio De Martini). In quest’ottica, la condivisione implica l’analisi del delicato equilibrio tra ciò che si chiama democrazia rappresentativa, su cui si basano il nostro Stato e la nostra Costituzione, e la partecipazione, la democrazia partecipativa (Romolo Guasco).

Detto ciò, è evidente la complessità del tema analizzato e si torna, quindi, all’origine a quella “mano complessa”: la mano come sintesi del rapporto tra materiale e immateriale, il comprendere e l’afferrare, che vuol dire capire. La parola comprendere ha a che fare con la tattilità e fa intuire che essa deve essere un processo integrato, fisico e anche intellettuale (Granelli). La complessità è una delle cifre della modernità, una sfida culturale e psicologica. Complessità vuol dire convivere con qualcosa che sfuggirà sempre, con l’ignoto: qualsiasi progettazione o condivisione di obiettivi sarà sempre parziale (Andrea Granelli) perché la complessità è indice di pluralità, indi un valore a condizione che ci siano una lingua, una grammatica e una cultura comune tra i soggetti in dialogo (Giuseppe Tripoli). Eppure sono numerosi gli esempi positivi di condivisione e collaborazione sul territorio o, meglio, del territorio. Il Giubileo del 2000 a Roma è uno di questi (Federica Alatri) così come la rete commerciale urbana in generale presente in Italia, un driver di valore per tutti gli interlocutori della città (Alberto Mattiacci), nonostante la dicotomia sempre più diffusa tra un territorio storicamente urbanizzato, in cui la funzione del vivere, del produrre, del fare, del convivere era profondamente diffusa, e la crescente concentrazione di determinate funzioni in alcuni grandi centri (Giuseppe Tripoli). Contestualmente, da un’indagine di Format (Ascani), è emerso che la maggioranza degli italiani vorrebbe essere interpellato più spesso su leggi, norme, progetti locali o nazionali; questo attraverso il telefono, internet o via email.

Quindi la condivisione e la collaborazione appaiono come la strada obbligatoria e necessaria sine qua non non è possibile pensare, progettare, pianificare qualsivoglia gestione e sviluppo del territorio. Rispondendo alla domanda iniziale, su quanta condivisione e partecipazione è necessaria, potremmo dire: tantissima.

E’ possibile vedere gli interventi dei singoli relatori sul nostro canale di Youtube http://www.youtube.com/user/AssociazioItalia2020?ob=0&feature=results_main

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