Primi passi verso la regolamentazione delle lobby in Italia.

Posted on 12/03/2012

0



In occasione della discussione sul Decreto liberalizzazioni, si è tornato a dibattere sul  ruolo che le varie lobby esercitano nei confronti del decisore pubblico. In Italia a differenza di altri Paesi, soprattutto quelli di cultura anglosassone, la parola lobby evoca da sempre un’accezione negativa. Per poter affrontare il tema seriamente, bisogna innanzitutto fare chiarezza su che cosa sia realmente la lobbying, un’attività che in Italia è riconosciuta di fatto, ma non di diritto. Molto spesso l’attività di lobbying viene intesa come il sinonimo inglese per descrivere le relazioni istituzionali. A chi scrive, sin da quando ha mosso i primi passi in questo ambito, è stato insegnato che l’attività di lobbying è invece solo una parte, seppur importante, delle relazioni istituzionali.

L’attività di lobbying, infatti, è quell’insieme articolato di attività di comunicazione poste in essere in maniera legale, trasparente e consapevole al fine di influenzare il processo decisionale pubblico, attraverso l’interazione diretta con i decisori pubblici o indirettamente mediante i loro influenti, con un obiettivo determinato e concreto. (cfr. Fabio Bistoncini – Vent’anni da sporco lobbista).

Non esiste un’attività di lobbying buona o cattiva per definizione: il lobbying è semplicemente uno strumento attraverso il quale i vari gruppi di interesse organizzati rappresentano le proprie istanze al decisore pubblico. Il compito dei  lobbisti è quello di provare ad influenzare un determinato processo decisionale in corso, rappresentando al decisore pubblico gli interessi particolari di cui sono portatori. D’altronde, non può esistere un interesse generale che non tenga presenti i diversi interessi particolari. Spetta poi al decisore pubblico perseguire l’interesse generale, mediando tra gli interessi particolari in gioco. Nelle democrazie evolute, il confronto tra il decisore pubblico e i portatori di specifici interessi, interessati ad un determinato provvedimento legislativo, non solo è necessario ma, a mio avviso, è doveroso. La regolamentazione di questi momenti di confronto è necessaria, da una parte, a garantire la trasparenza dei processi decisionali e, dall’altra, a fornire al decisore tutti gli elementi di conoscenza necessari per adottare/modificare un determinato provvedimento. E’ importante sapere quale sia stato il processo decisionale che ha portato ad assumere una determinata scelta e chi abbia interagito con il decisore durante il suo iter di approvazione. Il politico deve rispondere ai propri elettori delle sue scelte.

A volte, infatti, si ha l’impressione che la responsabilità dell’adozione o della non adozione di determinati provvedimenti venga imputata alle varie lobby, che con la loro attività professionale hanno influito sulla decisione finale. La regolamentazione dei rapporti tra i rappresentati dei vari gruppi di interesse ed il decisore pubblico permetterebbe di chiarire chi ha partecipato al procedimento legislativo, contribuendo con la propria azione alla scelta definitiva. Non bisogna dimenticare, comunque, che la decisione ultima spetta sempre alla politica e non a chi ha provato, con la propria azione professionale, ad influenzarla rappresentando i propri legittimi interessi. Il procedimento normativo che dovrebbe uscire da questa attività di ascolto e di analisi, da parte della politica, dovrebbe essere la migliore sintesi in grado di coniugare gli interessi particolari con l’interesse generale. Attivare preventivamente l’ascolto degli interessi in gioco, attraverso un confronto trasparente e costruttivo, permetterà inoltre di adottare provvedimenti che saranno, molto probabilmente, recepiti con maggior favore dalla collettività. La collettività coinvolta, attraverso le proprie rappresentanze, si sentirà parte in causa del processo decisionale e non lo percepirà come un’imposizione calata dall’alto. Tale processo decisionale risulterebbe più partecipativo e qualificante ai fini dell’obiettivo generale. Infatti, i provvedimenti, soprattutto quelli importanti, non andrebbero mai assunti senza essersi prima confrontati con chi gioca un ruolo importante in quello specifico settore coinvolto dalla norma in discussione. Il dibattito andrebbe spostato, quindi, non sulle lobby, ma sull’assenza di regole che garantiscano a queste un confronto trasparente ed uguale per tutte.

Vanno registrati due importanti passi in avanti verso questa direzione grazie a due iniziative distinte. La prima  assunta dal Ministro delle politiche agricole, Mario Catania, che ha istituito nel suo Dicastero il primo registro ufficiale per i rappresentati dei gruppi di interesse, e la seconda dal Presidente del Senato, Renato Schifani, che ha deliberato le linee guida che regolano l’accesso al Palazzo da parte dei portatori di interessi. In una democrazia che sia realmente partecipata, il ruolo delle lobby è fondamentale. È necessario quindi individuare quanto prima delle regole generali che definiscano le modalità per interagire con il decisore pubblico al fine di rappresentare in maniera trasparente e legittima gli interessi di cui sono portatori. L’auspicio è  che le iniziative intraprese dal Ministro Catania e dal Presidente Schifani non restino isolate, ma rappresentino il viatico per un intervento normativo più ampio a livello centrale. È necessario che anche nel nostro Paese venga promulgata la legge sulla regolamentazione delle lobby, così come auspica da anni la Ferpi (Federazione relazioni pubbliche italiana) insieme a tutti coloro che svolgono quest’attività in maniera professione e alla luce del sole.

Posted in: Notizie