Chi vivrà vedrà

Posted on 19/12/2011

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Tutti falsi gli allarmi che da qualche mese vengono gridati dai media e da qualche politico e intellettuale sulla crisi finanziaria, economica e, forse, sociale ? No di certo, ma forse più che allarmi dovremmo chiamarli rese dei conti. Si, rese dei conti e finalmente consapevolezza che un’era è nella sua fase terminale e una nuova era si sta affacciando. Sta finendo l’epoca delle certezze e delle sicurezze sempre cercate, sempre credute, ma mai trovate; l’epoca dello sviluppo e dello sfruttamento della natura infiniti; della ricerca del particolare e della perdita del totale. Ma anche l’epoca che ci ha portato ricchezza materiale, cultura e salute.
Non quindi una semplice crisi finanziaria, pur con tutto il suo peso, ma una ben più complessa crisi epocale che riguarda integralmente e complessivamente le tematiche socio-economiche, ideali e politiche. E’ una fase simile come quella, per esempio, che si ebbe dalla seconda metà del ‘700 alla prima metà dell’800 o come quella del passaggio dal Medioevo agli albori rinascimentali del ‘300 e poi ai trionfi del ‘400. Cosa ci sarà domani? Non riuscì a prevederlo Dante, così come Mantegna, né Voltaire, Napoleone, Kant o Smith. Qualcuno ha presunto di saperlo, ma ha fallito miseramente. Richard Norman – uno svedese dei più affermati consulenti in strategie di sviluppo, deceduto nel 2003 – affermò a tal proposito:

 

“E’ pericoloso credere di sapere. È molto più salutare sapere che non si sa. I cambiamenti di paradigma ci portano in un territorio che non solo è sconosciuto perché non è stato esplorato, ma che non è stato esplorato e pertanto non si può conoscere per la semplice ragione che non esisteva prima”.

Alcuni dati di base però li abbiamo ormai acquisiti e li possiamo considerare una prima certezza, pur se non utile a fare delle previsioni. Viviamo in un mondo globalizzato, dove le identità locali sono in rete, dove la complessità ha raggiunto alti livelli di incognite e dove le persone, tutte le persone, sono ormai in grado di esprimere pareri, bisogni e desideri. E dove, infine, stiamo passando dal vincolo e dalla regola del manuale e delle leggi sacre alla regola del rispetto e della responsabilità. In questo barlume di contesto, in mezzo a questo guado pieno di nebbie, effluvi, nubi e rumori possiamo –forse – solo cercare di “aspettare-agendo” su almeno tre fronti.

 

  • ideale: in attesa di scoprire il nuovo “genio” che ci dirà dove andare, che fare e come, vale forse la pena rafforzare le regole che liberalizzano le nostre capacità di pensare, di valorizzare e consolidare il senso e il significato di responsabilità e di rispetto tra di noi, consentendo così a ognuno la sua libertà personale e collettiva;
  • politico: conseguentemente, e sempre in attesa del “genio”, che chissà se mai arriverà visto il nuovo contesto di riferimento, forse vale la pena riorganizzare le modalità di partecipazione democratica alla vita pubblica e la macchina organizzativa dell’amministrazione pubblica. Come? Da un lato affrontando, con nuovi approcci e utilizzando anche le nuove tecnologie, le modalità di rappresentanza di tutti i cittadini che vivono in tutti i territori e dei diversi insiemi a cui ciascuno appartiene; dall’altra rileggendo e ristudiando l’etimologia delle due parole insieme e adeguandola al nuovo ambiente che si va esplorando e non certo all’organizzazione ottocentesca, “industriale” e “specialistica” ormai non più in grado di rispondere alle nuove esigenze dei nuovi cittadini. Insieme e in parallelo difendere e affermare i diritti di ognuno, nel rispetto di tutti; cattolici, mussulmani, protestanti e laici, immigrati e residenti, giovani e vecchi, donne e uomini, omo e eterosessuali, imprese e lavoratori, volontari e dipendenti;
  • socio-economico: rimettere in sesto quello che non si è riusciti a fare negli ultimi anni (infrastrutture materiali e immateriali, liberalizzazione sane, rafforzamento della cultura e delle competenze, democraticità del merito, ecc) per almeno consentirci di sopravvivere in mezzo al guado e non affogare. Non si tratta di inventarsi qualcosa, ma di fare dell’innovazione il driver del nuovo sviluppo, di “copiare” chi ha già fatto e bene e di ritarare l’organizzazione della cosa pubblica. Alla politica spetta tutto ciò. Alla politica di alto profilo. Intanto, tedeschi e americani, russi e cinesi si affrontano per decidere chi comanderà? Chi vivrà, vedrà.
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