Islanda mon amour

Posted on 02/10/2011

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Perché, nei mesi scorsi, siamo stati costantemente informati su tutto quello che stava succedendo in Tunisia, Egitto, Libia, Siria e non sulla rivoluzione che stava accadendo in Islanda?

Il popolo islandese è riuscito a far dimettere un governo; sono state nazionalizzate le principali banche commerciali; i cittadini hanno deciso all’unanimità di dichiarare l’insolvenza del debito che le stesse banche avevano sottoscritto con la Gran Bretagna e con l’Olanda, forti dell’inadeguatezza della loro politica finanziaria; infine, è stata creata un’assemblea popolare per riscrivere l’intera Costituzione. Il tutto in maniera pacifica. Una vera e propria rivoluzione contro il potere che aveva condotto l’Islanda al collasso economico. Sicuramente vi starete chiedendo perché questi eventi non siano stati resi pubblici? La risposta ci conduce verso un’altra domanda, ancora più mortificante: cosa accadrebbe se il resto dei cittadini europei prendessero esempio dai “concittadini” islandesi?  Ecco brevemente la cronologia dei fatti:

  • 2008 – A settembre viene nazionalizzata la più importante banca dell’Islanda, la Glitnir Bank. La moneta crolla e la Borsa sospende tutte le attività: il paese viene dichiarato in bancarotta.
  • 2009 – A gennaio le proteste dei cittadini di fronte al Parlamento provocano le dimissioni del Primo Ministro Geir Haarde e di tutto il governo – la Alleanza Social-Democratica (Samfylkingin) -, costringendo il Paese alle elezioni anticipate. La situazione economica resta precaria. Il Parlamento propone una legge che prevede il risanamento del debito nei confronti di Gran Bretagna e Olanda, attraverso il pagamento di 3,5 miliardi di euro che avrebbe gravato su ogni famiglia islandese, mensilmente, per la durata di 15 anni e con un tasso di interesse del 5,5%.
  • 2010 – I cittadini ritornano a occupare le piazze e chiedono a gran voce di sottoporre a referendum il provvedimento sopracitato
  • 2011 – A febbraio il presidente Olafur Grimsson pone il veto alla ratifica della legge e annuncia il referendum consultivo popolare. Le votazioni si tengono a marzo e i NO al pagamento del debito stravincono con il 93% dei voti.
  • Nel frattempo, il governo ha disposto le inchieste per determinare giuridicamente le responsabilità civili e penali della crisi. Vengono emessi i primi mandati di arresto per diversi banchieri e membri dell’esecutivo. L’Interpol si incarica di ricercare e catturare i condannati: tutti i banchieri implicati abbandonano l’Islanda.
  • In questo contesto di crisi, viene eletta un’Assemblea per redigere una nuova Costituzione che possa incorporare le lezioni apprese durante la crisi e che sostituisca quella precedente (basata sul modello di quella Danese). Per lo scopo, ci si rivolge direttamente al “popolo sovrano”: vengono eletti legalmente 25 cittadini, liberi da affiliazione politica, tra i 522 che si sono presentati alle votazioni. Gli unici due vincoli per la candidatura, a parte quello di essere liberi dalla tessera di qualsiasi partito, erano quelli di essere maggiorenni e di disporre delle firme di almeno 30 sostenitori.
  • La nuova Assemblea Costituzionale inizia il suo lavoro in febbraio e presenta un progetto chiamato Magna Carta in cui confluisce la maggior parte delle “linee guida” prodotte in modo consensuale nel corso delle diverse assemblee popolari che avevano avuto luogo in tutto il Paese. La Magna Carta dovrà essere sottoposta all’approvazione del Parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni legislative. Questa è stata, in sintesi, la breve storia della rivoluzione democratica islandese.

Abbiamo forse sentito parlare di tutto ciò nei mezzi di comunicazione europei?

Abbiamo ricevuto un qualsiasi commento su questi avvenimenti nei salotti politici televisivi o nelle tribune elettorali radiofoniche?

Abbiamo visto nella nostra televisione anche un solo fotogramma che raccontasse qualcuno di questi momenti?

NO.

I cittadini islandesi sono riusciti a dare una lezione di democrazia diretta e di sovranità popolare e monetaria a tutta l’Europa, opponendosi pacificamente al “sistema” ed esaltando il potere della cittadinanza di fronte agli occhi indifferenti del mondo. Siamo davvero sicuri che non ci sia “censura” o manipolazione nei mass-media? Il minimo che possiamo fare è prendere coscienza di questa romantica storia di piazza e farla diventare leggenda, divulgandola tra i nostri contatti. Per farlo possiamo usare i mezzi che più ci aggradano: i “nostalgici” potranno usare il telefono, gli “appassionati” potranno parlarne davanti a una birra al Bar dello Sport o subito dopo un caffè al Corso.

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