Valori condivisi e collaborazione per l’Italia del 2020

Posted on 27/02/2011

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Català: Michael Porter. Česky: Michael Porter....
Image via Wikipedia

Sulla Harvard Business Review (Gennaio-Febbraio 2011) è uscito un intervento molto interessante di un famoso economista-stratega, Michael Porter, che, insieme con Mark Kramer, lancia alcune idee per reinventare il capitalismo e scatenare una nuova crescita. Integrando il concetto di progresso economico e progresso sociale, Porter e Kramer sostengono che è l’intera società attuale, suddivisa in pubblico e privato, amministrazione della cosa pubblica e imprese private, ma anche imprese sociali, che deve rivisitare la propria attuale posizione e interazione, considerando il progresso come una obiettivo unitario e integrato e non come derivata di una lotta tra opposte concezioni, tra permessi e licenze, tra profitto e rendicontazione sociale.

 

Non più quindi la “mano invisibile” di Adam Smith, ma una condivisione da parte dell’impresa con l’ambiente esterno, con il territorio di riferimento (i cluster)  delle politiche di sviluppo economiche e sociali. Valore condiviso è pertanto sintetizzabile nelle parole usate dagli autori secondo i quali “il concetto si fonda sulla premessa che sia il progresso economico sia il progresso sociale vanno affrontati con dei principi basati sul valore. Il valore si definisce in termini di benefici in relazione ai costi e non in termini esclusivamente di benefici. … Le imprese, tuttavia, non hanno quasi mai affrontato i problemi sociali in una prospettiva di valore, ma li hanno sempre considerati aspetti periferici. Ciò ha reso meno visibili le connessioni tra obiettivi economici e obiettivi sociali. … Le organizzazioni sociali e le agenzie pubbliche considerano spesso il successo solo in base ai benefici ottenuti o ai soldi spesi. Nel momento in cui i Governi e le ONG cominceranno a ragionare maggiormente in termini di valore, il loro interesse per la collaborazione con le imprese crescerà inevitabilmente”.

 

Sono concetti innovativi, figli di questa epoca nella quale siamo alla disperata ricerca di nuovi obiettivi e nuove certezze, dove alcuni germogli stanno spuntando qua e là. Sono segnali ancora non molto rumorosi che però iniziano a far intuire alcuni possibili nuovi percorsi, nuovi comportamenti, nuove fedeltà. Collaborazione, empatia, assertività sociale, qualità, rete, sistemi, integrazione, indipendenza sono alcuni ingredienti di questi percorsi ancora da costruire e sviluppare. Servono e danno comunque un significato per adeguarsi alla complessità dell’attuale periodo storico nonché alle caratteristiche della postmodernità e iniziano a caratterizzare la nuova persona che si è andata trasformando descritto da J. Rifkin nell’ “Era dell’accesso”: “Il nuovo uomo proteiforme dell’era dell’accesso ha una percezione di se stesso e del nuovo mondo abbastanza diversa da quella dei suoi genitori e dei suoi nonni. Se le generazioni del passato pensavano a se stesse come gente di ‘carattere’ o di ‘forte personalità’ – in conformità ai valori della produzione, prima, e del consumo, poi – la nuova generazione si percepisce come composta da ‘interpreti creativi‘ che si muovono con disinvoltura tra trami e palcoscenici, recitando le diverse recitazioni messe in scena dal mercato culturale. La nascita del nuovo sé proteiforme deve molto all’incremento di densità delle interazioni tra persone causata dai mezzi di trasporto e dagli strumenti di comunicazione moderni, oltre che dalla vita urbana. Il ventesimo secolo è stato il secolo dell’urbanizzazione: i villaggi si sono trasformati in paesi, i paesi in città, le città in metropoli e megalopoli, facendo aumentare per la prima volta nella storia le interazioni tra gli uomini. Ferrovie, navi a vapore, automobili, aeroplani, telefoni, telegrafi e in seguito radio e televisione, hanno compresso sempre più lo spazio e il tempo. … Nelle piccole comunità, dove tutti si conoscono, il nucleo centrale del sé di un individuo si forma in età giovanile e rimane coerente e prevedibile per tutta la durata della vita; nell’ambiente più anonimo e difficile della grande città l’individuo è costretto a un mimetismo maggiore per reagire in modo adeguato alle molteplici opportunità che continuamente gli si presentano”.

Al di là della descrizione, comunque, per definizione sintetica e concettuale che ne dava Rifkin nel 2000, è per queste persone, per i loro bisogni e le loro domande, che dobbiamo progettare l’Italia del 2020 o forse meglio l’Italia dal 2020 verso il 2050. L’epoca moderna ha permesso e accelerato le comunicazioni interpersonali, ha riempito di informazioni e contenuti le reti e le comunità di persone attraverso l’ideazione e la realizzazione di infrastrutture, macchine e tecnologie mai viste prima. Siamo anche in un’epoca dove le persone non si accontentano più di comprare un oggetto o un servizio, ma vogliono, e sotto certi aspetti devono, fare un’esperienza per arricchirsi e trasformarsi non solo più materialmente, ma soprattutto interiormente. Trasformazione che ci coinvolgerà tutti in questo secolo con una forte accentuazione della scoperta e dell’affermazione di noi stessi. Un secolo che – usando un termine di Ilya Prigogine – potremmo definire della razionalità allargata. “Razionalità allargata significa che noi dobbiamo considerare l’incerto come facente parte della nostra razionalità. Avevamo l’abitudine di pensare che il razionale fosse ciò che è certo, ciò che è deterministico. Cercavamo di privilegiare l’essere rispetto al divenire, mentre per me il divenire, non l’essere, è fondamentale dal punto di vista ontologico. Penso che la fisica del nuovo secolo sarà una disciplina impegnata nella determinazione dei meccanismi del divenire – meccanismi astrofisici, biologici – di cui oggi abbiamo solo un’idea molto limitata”.

Ma per tornare al concetto rilanciato da Porter e Kramer sulla necessità di creare valore condiviso per ripartire, Jeremy Rifkin sempre ne “L’era dell’accesso” sintetizza i vantaggi e gli svantaggi di stare in rete, non solo dal punto di vista economico, ma anche emotivo: “Le reti, al contrario, sono assai più flessibili e adatte alla natura volatile della nuova economia globale. La cooperazione e l’approccio di squadra alla soluzione dei problemi permette ai partner di reagire più tempestivamente ai mutamenti dell’ambiente esterno. La rete impone, a chi vi partecipa, la rinuncia ad una parte della propria autonomia e della propria sovranità; d’altro canto la spontaneità e la creatività che ‘germogliano’ in un ambiente cooperativo offrono ai partecipanti un vantaggio competitivo della nuova economia high tech. Dato che le reti comportano canali comunicativi complessi, prospettive diverse, elaborazione parallela dell’informazione, feedback continuo e tendono a premiare il pensiero ‘fuori dagli schemi’, chi vi partecipa è stimolato a creare nuove connessioni, produrre nuove idee, generare nuovi scenari e mettere in atto nuovi piani di azione in quello che si sta trasformando in un ambiente ipercommerciale.” Rifkin ha poi esplicitato e teorizzato ne “La civiltà dell’empatia” l’arrivo di una nuova scienza “ i cui assunti e principi operativi sono più adatti al pensiero reticolare… caratterizzata da impegno, condivisione, integrazione e olismo… da una  partnership con la natura”. Le conseguenze sono di un onda che permea ogni giorno sempre più il nostro agire, facendoci rendere conto in ogni campo che possiamo ottimizzare – ma non rendere perfetto – il risultato desiderato attivando le reti di relazioni e non più la proprietà del nostro individualismo.

E come se, dopo un viaggio durato almeno sei-sette mila anni, dove abbiamo esplorato e conosciuto e realizzato la cultura, fossimo arrivati a comprendere che non siamo altri e diversi dall’ecosistema dove viviamo, ma apparteniamo alla stessa biosfera. Einstein anche in questo, in fin dei conti, aveva osservato, da buon fisico, anche il fenomeno principale che ci coinvolge trattando di “Società e personalità” ne “Il mondo come io lo vedo”: “Se consideriamo le nostre vite e i nostri sforzi osserviamo, ben presto, che quasi la maggior parte dalle nostre azioni e dei nostri desideri è collegata all’esistenza di altri esseri umani. Notiamo che la nostra natura somiglia in tutto a quella degli animali sociali. Mangiamo cibo che altri hanno coltivato, vestiamo abiti fatti da altri, viviamo in case costruite da altri. La più grande parte del nostro sapere e delle nostre convinzioni ci è stata comunicata da altra gente, per mezzo di un linguaggio creato da altri. (…) L’individuo, se lasciato solo dalla nascita, resterebbe primitivo e bestiale, nei pensieri e nei sentimenti, in una misura che possiamo a stento concepire. (…) E’ chiaro che tutte le cose di valore, materiali, spirituali e morali, che noi riceviamo dalla società possono essere ricondotte all’origine attraverso innumerevoli generazioni di determinati individui creativi. (…) Senza personalità creative, che pensano e giudicano indipendentemente, il progresso della società è impensabile quanto lo sviluppo della personalità individuale senza il terreno fertile della comunità. Perciò la salute della società dipende tanto dall’indipendenza degli individui che la compongono, quanto dalla loro stretta coesione politica. “

 

E’ in questo contesto e con queste premesse che vorremo vedere e leggere il Programma Nazionale per le Riforme ovvero cosa vogliamo e cosa desideriamo per Italia 2020 e oltre. Non ci bastano i numeri e le percentuali di cui la Bozza di PNR è strapiena. Vogliamo una vision, un obiettivo a cui tendere, qualcosa da costruire,  qualcosa a cui partecipare nella costruzione e non solo assistere alle riunioni e ai consigli dei vari ministri nelle varie ville dell’Europa e del mondo. De Rita ha ricordato, sul Corriere della Sera, che l’Italia per uscire dal degrado dovrebbe dedicarsi solo alle contingenze e non alla vision. Ci domandiamo se le due cose sono poi così incompatibili. Certo, se vogliamo una vision che sia come il Progetto 80 di cinquant’anni fa, De Rita ha ragione, ma se ci poniamo un obiettivo strategico di cosa vogliamo fare di questo stupendo paese nei prossimi 20-30 anni consci della possibilità-necessità di aggiustare la rotta cammin facendo, forse possiamo farcela.

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