Quattro variabili per la sostenibilità urbana

Posted on 27/02/2011

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Il tema del riassetto urbano e della sostenibilità delle città rappresenta, anche dal punto di vista sistemico, il tema più complesso e articolato che, riprendendo le tesi del filosofo americano Mark Taylor sulla complessità, evidenzia il rischio di oltrepassare il bordo con il caos come spesso accade nelle città di grandi dimensioni. Occorre quindi provare a trasformare i sogni in segni e in interventi per vivere meglio. Ferrovie metropolitane e regionali, centri intermodali e stazioni e parcheggi: si può fare, ma finora non si è fatto come richiesto e come dovuto, specie ambientalmente e socialmente, per contestualizzare spazi, ritmi e modalità di vita.

Opportunità congelate da un’ignoranza che impera e ci pervade e di fronte alla quale possiamo reagire solo come suggerì Marco Polo nelle “Città Invisibili” di Italo Calvino: accettare l’inferno per poi non vederlo più o dare spazio a chi inferno non è. In tale quadro, almeno quattro sono le variabili da focalizzare meglio per provare a fare uscire le nostre città dall’inferno: identità, gestione, sistematicità e sperimentazione.

L’identità. Da Heidegger, a Rifkin, a Severino, molti filosofi e architetti, economisti e sociologi, ci hanno ricordato il valore profondo dell’abitare e dell’identità; a noi solo il compito di “copiare” per così poter innovare. Molte, troppe città italiane non riescono ad accudire i propri cittadini, a dare esperienze ed emozioni che sono nella loro storia, nelle loro tradizioni e culture. Solo fisicità e antichità, nessuna capacità di raccontare quello che la città è e non solo quello che appare: la città, con tutta la sua storia, ma anche con tutto il suo presente e i sogni per il futuro; come scambiatore di una rete di un sistema storico e culturale; come sistema adattivo composto da reti fatte di persone, monumenti, paesaggi, case, palazzi, strade, clima, storie e paesaggi. Tutto questo non si sente, talvolta non si vede, poco si percepisce e si vive. Per fare ciò certamente non basta realizzare infrastrutture e servizi. Serve anche e soprattutto avere un’identità per il futuro che deve misurarsi con la globalizzazione e non solo con il passato e connotarsi per un “qualcosa” che racconti e faccia vivere ai suoi abitanti esperienze e aspirazioni, sogni e realtà che – venendo dal loro passato e non solo – le proiettino in un futuro possibile. Un’innovazione possibile per accompagnare i cittadini italiani verso una comunità più forte e adeguata al tempo attuale.

La gestione. Una delle principali variabili da considerare nell’intervento di riqualificazione è che nessun effetto di ordine qualitativo è controllabile se non si gestisce realmente e concretamente il complesso dei fenomeni compresenti. Si tratta di affrontare gli aspetti urbanistici, architettonici, impiantistici, residenziali, di trasporto, di servizi pubblici e privati, avendo in partenza una visione concreta della loro gestione sotto l’aspetto amministrativo e istituzionale, tecnico, della manutenzione ed economico-finanziario. Ristrutturare e restaurare le nostre città significa rifondare principi e regole con cui nell’ultimo mezzo secolo è stato infrastrutturato e costruito oltre il 40 per cento del suolo oggi urbano. Siamo, dunque, molto al di là dei problemi ingegneristici e tecnici, ponendo dal traguardo della gestione della città requisiti affatto diversi, puntati al medio-lungo termine sotto tutti gli aspetti. Si tratta di ripianificare e riprogettare l’intervento nelle città individuando sin dall’inizio adeguate forme di gestione dei servizi con l’appropriato coinvolgimento dei privati, ma in un’ottica di globalità e interrelazioni. Il fenomeno urbano non è infatti la pura e semplice sommatoria di funzioni distinte e separate, ma un insieme di interrelazioni funzionali che ha caratteristiche proprie di sistema aperto e adattivo. Se quindi il tema della gestione delle singole funzioni (trasporto pubblico, sanità, scuola, rifiuti, commercio e così via) rappresenta un obiettivo prioritario, lo è ancor di più quello della gestione delle interrelazioni funzionali della città nel loro complesso.

La sperimentazione. È la via per andare al rovescio della medaglia dei tentativi, falliti nei decenni passati, di voler individuare prima, e gestire poi, leggi e normative teoricamente perfette. Il fenomeno della modificazione urbana, che comporta attività di trasformazione continua del tessuto, delle tipologie, della funzionalità, dell’architettura, è invece talmente complesso e articolato da non potersi trattare, impiegando principi astratti, senza “sperimentarlo”, tentando le alternative plausibili sotto i vari aspetti e mettendole alla prova dei fatti della gestione del processo. Solo provando concretamente, e parallelamente monitorando e osservando criticamente gli effetti della sperimentazione, è possibile sperare di mettere a fuoco, gradualmente, la metodologia di volta in volta più efficace al conseguimento delle intenzioni assunte. Si tratta in pratica di individuare aree particolarmente significative nell’ambito di singole città dove, in base a criteri predeterminati e oggettivi della complessità e interdisciplinarietà dell’approccio, vengano applicati a livello sia istituzionale che operativo modalità e mezzi d’intervento innovativi esperimentali. Nuovi iter approvativi, nuovi rapporti con l’utenza e con l’opinione pubblica, nuovi e più complessi sistemi di progettazione, nuove modalità di gestione della città possono e devono passare da una fase puramente teorica ad una sperimentale mirata.

La sistematicità. Sia sotto l’aspetto istituzionale-amministrativo e gestionale che sotto quello tecnico, la riqualificazione delle aree urbane deve poter programmare e gestire gli interventi in modo sistematico e globale, superando la compartimentazione che tende a settorializzare, nelle correnti pratiche di intervento, gli aspetti urbanistici come quelli ingegneristici, architettonici, impiantistici, sociali ed economici. Al contrario, la localizzazione, la costruzione e la gestione di un qualsiasi intervento ha grado di interrelazione e intersistematicità talmente alto da risultare decisivo nella determinazione della qualità dell’insieme. Fisica, biologia, filosofia informatica, ecologia hanno dimostrato che tutto ciò è realtà. È per questo che la riqualificazione va ripensata e gestita per “interventi d’area”, dove il territorio oggetto d’intervento è preso in carico e riprogettato nella sua globalità, intersecando e interrelando tutti i fenomeni e le attività che vi hanno sede e anzi ottimizzandone, tendenzialmente almeno, il grado di integrazione. Per realizzare tutto ciò servono organismi gestiti con équipe di lavoro interdisciplinari che analizzino i fenomeni specialisticamente, sintetizzino l’intervento globalmente esistematicamente per poi tornare a definirlo e concretizzarlo settorialmente. Ma ancheuna pubblica amministrazione in grado di reinterpretare e riconvertire allo stesso grado di complessità e globalità, l’opera di promozione, autorizzazione, compartecipazione, governo e controllo delle trasformazioni territoriali e delle nuove situazioni che ne sonodeterminate. Soltanto i requisiti di interdisciplinarietà e multifunzionalità, accompagnati da una gestione organizzativa integrata ai vari livelli, possono rispondere al traguardo di risolvere il problema della riqualificazione urbana in modo adeguato al suo grado didifficoltà e complessità.

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