Proposte per la gestione del ciclo dei rifiuti in Campania

Posted on 17/11/2010

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The Reggia of Caserta. Statues in the garden.
Image via Wikipedia

source: http://www.rifiuticampania.org/

22 luglio 2010 – Coordinamento Regionale Rifiuti

PREMESSA

Dopo anni di discussioni, elaborazioni e lotte la Campania rischia di essere di nuovo coinvolta in un periodo di emergenza rifiuti.
Tutto ciò mentre le lobby della combustione, con studiata strategia, stanno invadendo il Paese di inceneritori e di impianti inquinanti.
Eppure molti Comuni hanno dimostrato di saper organizzare ottimi sistemi di gestione, realizzando altissime percentuali di raccolta differenziata. Perché, allora, si parla ancora di inceneritori? A chi conviene accumulare ancora rifiuti nelle strade? Sicuramente a coloro che sui rifiuti vogliono speculare sia in termini economici che politici.

Che cosa ha indebolito le lotte dei territori?

La tradizione di certo ambientalismo italiano non ha saputo rendersi autonomo rispetto agli interessi che hanno uniformato destra e sinistra a favore del ciclo integrato di gestione dei rifiuti, subordinando così alle pressioni trasversali di partiti e imprese la lotta in difesa dei territori e l’elaborazione di un’alternativa credibile all’attuale sistema.

Per contro, i cittadini hanno interesse a creare circuiti di economia alternativa e hanno dimostrato senso di responsabilità laddove hanno potuto usufruire di servizi adeguati, perciò hanno diritto di chiedere che le azioni dei loro amministratori siano almeno proporzionate all’impegno da loro profuso.

Pensiamo che sia necessario ridare ampia rappresentanza a questo processo di partecipazione in corso, perché sta a noi rivendicare la paternità di progetti non patteggiabili in quanto nati da un autentico confronto e dall’esperienza maturata in anni di dure lotte.

La sostenibilità non può che coniugarsi con il rispetto della reale ricchezza e biodiversità esistenti in natura. Non possiamo più permettere alcuna confusione con la pretesa sostenibilità economica che sta alla base dei piani di programmazione territoriale, ovunque, in Italia. L’ecosistema non regge e i risultati così come i segnali sono ormai evidenti a tutti.
Il presente documento, frutto di uno studio e un’esperienza maturata in campo e attraverso il confronto con le tecnologie più avanzate, si articola in due parti.

Nella prima è evidenziata sul piano culturale quanto scientifico, tecnico e tecnologico la necessità di superare il ciclo integrato dei rifiuti che sfocia, inevitabilmente all’incenerimento e alla distruzione del materiale per approdare, invece, alla filiera dei materiali per “riciclo totale“, posto alla base di un vero e proprio “paradigma” culturale verso il futuro.

Nella seconda parte del presente documento viene illustrata la filiera da raccolta a riciclo, recupero della materia, specificando alcuni prerequisiti essenziali all’efficacia del percorso.
Il senso del presente documento è quello di chiarire all’interno del movimento l’architrave che muove la società civile campana attorno al problema del recupero del materiale e al superamento di una crisi, soprannominata “emergenza rifiuti” che di fatto si è dimostrata strutturale a forme di governo del territorio funzionale allo spreco del denaro pubblico e all’affarismo di certi industriali e della stessa camorra. Offrire, infine, ai decisori politici e agli amministratori uno strumento concreto e attuabile già in altre parti posto in essere con successo.
Tutto questo per dimostrare che un altro mondo è possibile.

PARTE PRIMA: ESCLUDERE LA COMBUSTIONE, anche attraverso percorsi di innovazione industriale, coinvolge azioni di valorizzazione della produzione agricola e del patrimonio paesaggistico e ambientale; realizzarlo è possibile e dipende solo da un corretto approccio e da una seria volontà politica.

1. DA RIFIUTO A MATERIA – UN NUOVO PARADIGMA. Ovvero è MATERIA se non lo “RIFIUTI”

E’ rifiuto tutto ciò che accantoniamo e rimuoviamo dalla vita. Con la parola rifiuto ci deresponsabilizziamo, deleghiamo ad altri la soluzione di qualcosa che ci riguarda. In questa prospettiva prevale la preoccupazione di smaltire, trattare, eliminare. Ma i rifiuti sono fatti di materia e la materia è vita, patrimonio naturale. Se guardiamo alla questione da questo punto di vista cambia anche la prospettiva dalla quale affrontare il problema. Noi, infatti, pensiamo sia necessario partire da questo concetto: la MATERIA è VITA, e in quanto tale va riconosciuta, riutilizzata, recuperata, conservata.

Questo diverso approccio muove da tre presupposti:

  1. le risorse del pianeta sono limitate;
  2. l’inquinamento di aria, acqua e suolo sta raggiungendo livelli critici, con conseguenze drammatiche a carico della salute e dello stesso genoma;
  3. le attività produttive, la combustione in particolare, hanno compromesso il clima e l’equilibrio del nostro pianeta.

Se ci si muove in quest’ottica e da queste premesse, si passa dalla logica limitante della gestione dei rifiuti ad un’idea alternativa di economia ecologica, basata su azioni di tutela delle risorse.
Rispetto del ciclo naturale e responsabilità nelle azioni individuali e collettive stanno alla base del modello che proponiamo e che riteniamo realizzabile, alla luce di molte esperienze che potrebbero, e dovrebbero, essere valorizzate e messe a sistema.
Contestualmente sottolineiamo la necessità di sollecitare coerenza e atti concreti da parte di chi ci governa, dei decisori politici e delle agenzie ambientali che agiscono sul territorio: troppa la distanza tra elaborazione teorica e risultati verificabili.

2. “NO” AL CICLO INTEGRATO dei rifiuti “SI” ALLA FILIERA DEI MATERIALI PER “RICICLO TOTALE

Nel definire il nostro progetto riteniamo indispensabile compiere un salto paradigmatico, culturale ed industriale, superando l’idea arcaica di Ciclo Integrato dei Rifiuti: occorre passare alla Filiera dei materiali per il Riciclo Totale della materia.
Il Ciclo Integrato dei Rifiuti è un modello di gestione lineare finalizzato al recupero energetico da rifiuti mediante discariche, impianti di combustione e filiere di impianti di trattamento (compresi gli impianti Trattamento Meccanico Biologico) che coesistono con modeste performance di raccolta differenziata e con inadeguate filiere di impianti destinati al riciclo dei materiali.

A sostegno economico di questo modello il nostro Paese, unico caso in Europa, prevede un sistema pubblico di incentivazione alla combustione e alle altre forme di recupero energetico da rifiuti (vedi per esempio l’utilizzo di biodigestione anaerobica per produzione di biogas), a totale carico dei cittadini (CIP6 e certificati verdi).

La Filiera dei materiali per Riciclo Totale è, di contro, un modello circolare che ha come obiettivo il recupero totale della materia. Nel nostro Paese non è prevista nessuna seria incentivazione economica né viene supportata o incoraggiata l’industria del riciclo.

Superare il ciclo integrato dei rifiuti significa individuare tutte le possibili soluzioni che rendono il rifiuto materiale riutilizzabile, ricostruendo il ciclo naturale di vita degli oggetti, attraverso azioni e processi misurabili anche in termini di qualità.
Nella società odierna si rende impellente ricercare forme di gestione innovative atte a ricostituire percorsi responsabili che coinvolgano i cittadini, i produttori, i distributori, i commercianti e gli amministratori in un’ottica di sistema circolare.
Scarsità delle risorse naturali, crisi del modello socio-economico di crescita continua, saturazione dei livelli di tossicità in gran parte del pianeta e relativa compromissione degli equilibri biologici e di salute dei viventi sono alla base delle preoccupazioni che inducono a maggiore attenzione e alla necessità di trovare soluzioni innovative.
In quest’ottica, anche il motto “Zero Waste” deve, essere tradotto come zero sprechi, per meglio comprendere che azzerare i rifiuti è possibile solo attraverso la minimizzazione degli sprechi (errori di sistema e progettazione) nell’intero contesto economico/produttivo di mercato reale.
Zero Sprechi è riciclo totale perché privilegia la conservazione delle risorse a partire dalla progettazione di beni e imballi. Riciclare induce a verificare la possibilità di re-immettere nel ciclo produttivo la maggior parte di materia già precedentemente utilizzata (materia prima/seconda).
La deriva finanziaria e monetarista dell’economia globale, che ha messo in luce una crisi strutturale del sistema di produzione, ci ha disabituato alla considerazione del valore intrinseco delle cose, anche per il troppo frequente ricorso ad esternalizzazione dei costi.

L’attuale crisi economica globale sostanzia la necessità di privilegiare le scelte legate alla produzione reale di beni e servizi rispetto alle convenienze di mercato monetario e finanziario anche al fine di promuovere un’economia responsabile e di creare nuovi posti di lavoro e nuove professionalità.
Dire no al modello di ciclo integrato dei rifiuti significa individuare i limiti di tutte le filiere di impianti e di quei modelli di gestione che, pur non essendo di per sé connessi alla combustione, occultano i difetti dei sistemi di raccolta differenziata e ne inibiscono l’ottimizzazione e soprattutto non rendono indispensabile il controllo e la massimizzazione della qualità e delle percentuali di differenziato. Così facendo non si garantiscono reali percorsi di recupero totale della materia.
A tal proposito non possiamo sottacere le responsabilità di vasti settori dell’ambientalismo, troppo spesso iperrealisti, che elaborano le loro proposte sottovalutando l’organizzazione della raccolta differenziata e del riciclo per dare eccessiva centralità alla scelta delle tecnologie. In questo modo aprono, inconsapevolmente, la strada al ciclo integrato e rendono inevitabile la combustione dei rifiuti. Sono anche troppo spesso pronti ad accettare per necessarie le esigenze di mercato rivendicate dagli amministratori, in realtà solo funzionali al profitto.
E’ così possibile che attivisti in difesa dell’ambiente si facciano promotori di tipologie impiantistiche quali: arrowbio, biodigestori, TMB, impianti al plasma, dissociatori molecolari ecc.Tutti impianti, questi, che non impongono raccolte differenziate di qualità e non prevedono alcun recupero di materia. Impianti, perciò, incapaci di risolvere il problema della reale riduzione.

3. LA FILIERA DEI MATERIALI – RICICLO TOTALE. IL MODELLO CIRCOLARE

Scegliamo il modello circolare poiché risulta adeguato a riprodurre la complessità delle azioni che si rincorrono e sono interdipendenti all’interno dell’organizzazione sociale, produttiva e commerciale. In quanto “modello circolare”, nella filiera dei materiali non esiste una gerarchia fra le varie fasi, tutti i processi sono dipendenti tra loro e ogni momento è funzionale agli altri; affinché l’efficienza della filiera sia verificabile in termini di qualità consideriamo come punto di partenza la raccolta differenziata, che diventa il cardine attorno a cui ruota il modello.

Le scelte legate alla riduzione alla fonte coinvolgono il cittadino solo nel suo ruolo di consumatore, senza che i suoi comportamenti influiscano sui meccanismi profondi del mercato, e soprattutto senza che le pubbliche amministrazioni e le aziende di servizio siano coinvolte nei processi di scelta, se non per interventi di supporto ad iniziative mirate e isolate. Così i dati sulla riduzione rimangono estremamente marginali rispetto alle variazioni di mercato complessive.

Solo attraverso la raccolta differenziata finalizzata al riciclo la materia viene individuata e analizzata per avviarla al recupero, quindi la riduzione dei rifiuti può avere senso se è in stretto rapporto con la raccolta differenziata perché si può seriamente ridurre solo dopo un’attenta classificazione merceologica dei materiali e la creazione di centri di ricerca per un’analisi rigorosa del residuo post selezione.

Questo permette di smascherare l’equivoco che è alla base dell’attuale strategia di raccolta differenziata funzionale al ciclo integrato dei rifiuti: ad arte si produce un residuo misto definito non riciclabile che in realtà è la conseguenza di raccolte differenziate senza controllo della qualità, dimensionate in funzione della filiera impiantistica.

L’attuale organizzazione della R.D. è condizionata anche dal CONAI (vero e proprio problema nazionale che altera e condiziona lo stesso mercato e gli introiti degli enti locali), che si occupa solamente di imballi. Per questo molte realtà organizzano la raccolta differenziata solo in base alla separazione dei materiali intercettati dal CONAI, trascurando completamente il riciclo del misto secco.
Per residuo misto secco intendiamo tutta la materia secca, post separazione a monte dell’organico, che non è imballo e che può e deve essere avviata il più possibile a riciclo, recupero, riuso.

Il secco deve essere separato/selezionato in impianti appositi. In fase di raccolta si possono prevedere diversificazioni a monte, ma non si può prescindere da separazione meccanico/manuale a valle. A valle della separazione del secco residuo e relativo avvio a riciclo separato delle diverse frazioni rimane un materiale misto che può ancora essere trattato in estrusione e dunque essere ulteriormente riciclato. La tecnologia di Vedelago, ad esempio, soprattutto in seguito alle certificazioni relative ai mix di plastiche riciclate, immette nel circuito del riciclo anche materiali che normalmente sono difficili da gestire.
Ovviamente la disponibilità di tale tecnologia deve affiancarsi all’impegno per la riduzione delle plastiche, che sono troppo diffuse e non sempre correttamente classificabili.

Da quanto sopra descritto possiamo affermare che la cosiddetta “fase transitoria” è un pretesto per giustificare la combustione, infatti; dipende dalle amministrazioni la scelta di organizzare raccolte differenziate porta a porta con controllo di qualità in modo che tutte le frazioni siano separate e che il secco residuo contenga basse percentuali di umido. Tutto ciò può essere organizzato in tempi brevi, i cittadini hanno dimostrato di rispondere positivamente e la vera discriminante consiste nella volontà politica di investire nella raccolta anziché in filiere impiantistiche invasive che ipotecano per decenni l’economia, l’ambiente e la stessa salute dei cittadini.

4. SOSTENIBILITA’ ECONOMICA

Ottenere alte percentuali di RD per il riciclo è importante per rendere la filiera economicamente competitiva ed evitare lo smaltimento. In quest’ottica dobbiamo chiederci quale tipo di RD è davvero efficace e quali caratteristiche deve prevedere. In sintesi, di seguito, si evidenziano le azioni minime da porre in essere per una efficace, efficiente ed economica RD:

  1. mappatura e anagrafe delle utenze; interfaccia informatica e possibilità di rapporto diretto col cittadino;
  2. servizio dedicato (porta a porta/di prossimità) con possibilità di verifica del conferimento, ciò al fine di controllare la qualità, oltre che per misurare le quantità;
  3. le modalità di raccolta possono (e debbono) essere personalizzate sulle esigenze delle diverse aree, ma devono avere omogeneità per frazioni raccolte e filiere su consorzi organizzati, ciò soprattutto al fine di conciliare le esigenze di controllo capillare, con quelle di distribuzione dei costi di base del servizio;
  4. tariffa puntuale – strettamente legata alle condizioni di cui al punto 2 (vero risparmio per il cittadino);
  5. separazione della frazione umida alla fonte per produzione di compost destinabile all’agricoltura e arricchimento dei terreni in termini di aumento della fertilità e contrasto alla desertificazione, oltre a riqualificazione e bonifica dei territori per gli ammendanti prodotti e non utilizzabili ai fini agricoli;
  6. le frazioni separate dei materiali devono essere avviate a centri di selezione e ulteriore separazione meccanico manuale per essere riavviate al circuito produttivo. In quest’ottica si ritiene utile tornare a proporre la riprogettazione degli impianti di CDR già presenti in regione Campania, che potrebbero utilmente diventare piattaforme di selezione meccanica manuale con linea di estrusione per la lavorazione di residuo misto secco, connesse ai centri di ricerca sul residuo;
  7. raccolta differenziata separata per particolari tipologie (pile, medicinali, elettronici, ingombranti, ecc.) ed attivazione delle specifiche soluzioni di destinazione: importante prevedere e incentivare filiere di recupero e smontaggio e/o ristrutturazione e riparazione;
  8. raccolta differenziata di pannolini/oni e usa e getta per cure domiciliari;
  9. centri di ricerca sul residuo e di design industriale per nuove soluzioni di prodotto e di imballo/distribuzione.

PARTE SECONDA. L’efficacia del percorso di raccolta differenziata si sostanzia nel reale avvio a riciclo-recupero delle materie raccolte.

Descriviamo schematicamente la filiera da raccolta a riciclo recupero della materia, specificando alcuni prerequisiti essenziali all’efficacia del percorso.

1. Raccolta Differenziata (RD)

Dobbiamo considerare la raccolta differenziata l’elemento cardine del nostro modello. E’ il momento di responsabilità del cittadino, che deve collaborare consapevolmente, ma è anche momento di responsabilità dell’amministrazione che si impegna a garantire alti standard di servizio e a fornire strumenti adeguati e sempre aggiornati, avviando iniziative di formazione del personale e di educazione sin dal più precoce livello di istruzione scolastica. Parola d’ordine: ordine e pulizia. I bambini sono il primo anello per migliorare le conoscenze delle famiglie. Azioni importanti devono essere programmate anche verso il mondo del commercio e dell’impresa. E’ importante implementare il sistema di qualità tanto utilizzando percorsi di informazione quanto attraverso iniziative di incentivazione, controllo, repressione dei comportamenti negativi. L’utilizzo di interfaccia informatica e organizzazione dei dati in “tempo reale” può essere strumento interessante e innovativo, ma non deve discostarsi dal controllo del reale evitando rappresentazioni virtuali e proiezioni di modello, preferendo, piuttosto, la verifica delle azioni, anche attraverso opportuna formazione del personale.

Scopo della raccolta di qualità è ottenere frazioni separate degli imballi da conferire al CONAI, frazioni separate dei materiali da conferire a diversi circuiti di riciclo, intercettazione dei RAEE, dei rifiuti ingombranti, dei medicali presenti nel circuito domestico, degli olii e analoghi inquinanti delle falde acquifere (dettaglieremo meglio in fase di approfondimento del modello), soprattutto la raccolta differenziata deve separare l’umido dal secco ed ottenere una bassa percentuale di residuo secco contenente bassa quantità di umido. La separazione secco/umido è dunque passaggio obbligato per ottener una raccolta differenziata di qualitàLa raccolta dell’umido permette di ottimizzare l’efficacia degli impianti di trattamento meccanico e separazione meccanico-manuale, in particolare per quanto concerne l’estrusione del residuo per la produzione di sabbie sintetiche per il riciclo della plastica, soprattutto è condizione essenziale per ottenere compost di qualità utilizzabili per il ripristino della fertilità dei suoli.

2. Impiantistica connessa alla raccolta

La raccolta deve confluire a piattaforme di separazione e di ricerca, basate su tecnologie TMM (trattamento meccanico manuale).
Importante la presenza di isole ecologiche per il conferimento degli ingombranti e dei RAEE, comprensive di centri di “smontaggio per il recupero di legno e metalli. Una particolare attenzione si dovrebbe porre al recupero di infissi e materiali da costruzione riusabili. Le piattaforme di selezione producono un secco residuo post selezione che va a sommarsi al residuo post raccolta. Le due frazioni, come già specificato, possono essere utilmente trattate col metodo di estrusione. Il centro riciclo di Vedelago, ad esempio, ha sviluppato negli anni numerose ricerche sui mix di sabbie sintetiche che si possono ottenere dalla triturazione dell’estruso. Ciò permette di avviare a riciclo anche le sostanze sinora considerate non riciclabili.
Le piattaforme di ricerca hanno la funzione di analizzare i materiali e riprogettarne di nuovi in funzione del Riciclo Totale.
Costituiscono fondamentale momento di analisi per individuare materiali, beni e imballi critici. Nell’ambito delle plastiche possono contribuire a razionalizzare le tipologie e l’utilizzo. Ridurre il ricorso a materiali plastici è necessario ed è importante ridurre il numero delle diverse tipologie, imponendo regole che ne facilitino il riciclo o la sostituzione con altri materiali a maggiore compatibilità ambientale. Come già accennato si intende privilegiare la frazione umida da avviare a compostaggio, strategica per preservare e innalzare il livello di fertilità dei suoli in alcune aree soggette a desertificazione spinta. Ciò richiede stretta connessione col circuito della produzione alimentare e delle stesse aziende agricole, attraverso impianti distribuiti sul territorio a facilitare percorsi di conferimento a filiera breve. A tale proposito intendiamo fare ricorso agli impianti già presenti sul territorio, e mai attivati, prevedendo, ove possibile, anche colture di compost a terra.

3. Implementazione dell’industria del riciclo e delle filiere commerciali

Sino ad oggi molta della responsabilità connessa all’effettivo riciclo è stata delegata al CONAI, considerando i trasferimenti ai Comuni l’unica forma di remunerazione e valorizzazione della raccolta. Pensiamo che questo circuito vada superato, perché insufficiente a valorizzare la materia e perché inibente delle reali possibilità di miglioramento del sistema. Basti pensare al “mercato parallelo” che esiste sul nostro territorio che valuta alcuni materiali (alluminio, plastiche, pedane di legno) anche 10-20 volte più del “premio” attribuito ai comuni per i materiali conferiti a piattaforme. In quest’ottica, riteniamo che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato nell’attuale organizzazione del recupero dei materiali ove sembra che l’unico a guadagnarci sia il Conai ma non i cittadini o l’ambiente. Nell’ipotesi di approfondire successivamente i dettagli, teniamo a precisare sin d’ora che è importante fare ricorso a nuove iniziative industriali, anche ricercando opportunità di finanziamento pubblico nazionale ed europeo (per l’ambiente, per il lavoro giovanile, ecc), privilegiando i percorsi di filiera corta e l’impiantistica locale. A solo titolo di esempio si pensi ai centri di recupero degli inerti. Da uno studio effettuato se in Campania si realizzassero 25 impianti per recupero degli inerti (costo medio 7- 800 mila euro) si potrebbero recuperare oltre 4 milioni di tonnellate di inerti e ridurre del 40% almeno l’attività estrattiva di calcare in Campania. Il CONAI manda a combustione più del 41% delle plastiche raccolte separatamente e tende ad abbassare le quote di retribuzione ai Comuni, adducendo strumentali riserve sulla qualità del materiale conferito. Tutto ciò inibisce la raccolta differenziata, rende difficile per le amministrazioni perseguire politiche di miglioramento e perpetua la pratica della combustione.

4. Valorizzazione del compost

Destinare la frazione umida, compostata, all’agricoltura e alla valorizzazione dei terreni significa, per noi, integrarlo in un più completo progetto di salvaguardia degli equilibri naturali. In quest’ottica riteniamo strategico il conferimento diretto alle imprese di produzione agricola, il compostaggio a terra, l’incentivazione dell’auto-compostaggio domestico e nelle aziende agricole.

Sui biodigestori. Considerando essenziale destinare i terreni alle coltivazioni per la produzione di cibo di qualità, richiediamo molta prudenza nel ricorso a grandi biodigestori anaerobici, soprattutto nell’ipotesi che possano essere destinati a trattamento dell’umido “sporco”, da raccolta non controllata. Oggi molte amministrazioni ritengono i biodigestori convenienti perché producono biogas e possono rientrare tra gli impianti che producono energia rinnovabile, per questo ricevono i contributi statali (vedi CIP6). E’ però vero che i biodigestori possono essere alimentati da umido “sporco”, da raccolte non controllate, producono perciò un compost di bassissima qualità, un biodigestato che spesso è considerato rifiuto speciale, da conferire in discarica, oppure da utilizzare per fini ben diversi dall’arricchimento dei terreni, tutt’al più come ammendanti per il ricoprimento di discariche o per il recupero ambientale di cave.
Accade anche che il biodigestato venga destinato ad ulteriore recupero energetico (vedi la pessima programmazione prevista a Genova, ma già proposta anche in molte altre realtà) tramite trattamento in inceneritore (gassificatori – plasmi).
Se davvero non vogliamo bruciare è necessario evitare il ricorso ad impianti che possano trattare raccolte di bassa qualità. Il ricorso a trattamenti biologici può rendersi necessario per trattare parti residuali della raccolta separata dell’umido, ma non deve essere destinato a frazioni intere della raccolta (neppure al trattamento del misto). In quest’ottica lo stesso TMB è da evitarsi, perché finisce col produrre CDR che da qualche parte deve poi essere bruciato. Se il residuo secco è davvero tale (vedi esperienza di Ponte nelle Alpi) può essere ulteriormente vagliato attraverso trattamenti meccanici senza ricorso alla fase biologica. Allo stesso modo, se l’umido è raccolto con attenzione alla qualità, in maniera puntuale, il ricorso all’impiantistica anaerobica diventa necessità del tutto marginale.

Meno grandi impianti, dunque, e maggiore diffusione di servizi e intervento di controllo sulla filiera.

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